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E n io  W e b   P a g e

UNTERVAGER

MUSSOLINI

D'ANNUNZIO IL VATE

 

 
E il volo di D’Annunzio liberò il campo a Mussolini

       

  
L’incidente che cambiò la storia d’Italia avvenne in una torrida notte dell’estate di ottant’anni fa, in quella Villa Cargnacco ancora disadorna che il Vate poi rivestì con l’abito fastoso del Vittoriale. Erano le 23 del 13 agosto 1922, due mesi e mezzo prima della marcia su Roma, quando Gabriele D’Annunzio precipitò da una finestra della Sala della Musica, battendo il capo violentemente al suolo. Un volo di tre metri e ottanta centimetri che lasciò il poeta sospeso per alcuni giorni tra la vita e la morte. Se la caduta dell’Immaginifico ha tanto stuzzicato la fantasia dei biografi e degli storici è perché essa costituisce un tipico mistero all’italiana. Cioè, un fatto apparentemente accidentale inserito in una fitta trama di ombre che chiamano in causa un convitato di pietra: in questo caso, Mussolini. La mentalità italica, incline a vedere complotti anche dove non ci sono, ha insinuato che il “ volo dell’Arcangelo " fosse in realtà scaturito da una congiura mirante a eliminare D’Annunzio dalla scena. Un’ipotesi suggestiva, ma destinata a restare senza prove, perché, se è vero che l’incidente occorso al Vate rappresentò per Mussolini un’occasione straordinaria per guidare gli eventi in direzione della prova di forza, il colpo di Stato, è però altrettanto incontestabile che non vi fu alcun deliberato intento di mettere fuori gioco il "pericoloso" carisma dell’imprevedibile Comandante. Che, per il Duce, D’Annunzio rappresentasse una variabile impazzita, non controllabile, lo si era compreso fin da quando, il 3 agosto, dieci giorni prima della caduta, il Vate aveva tenuto il famoso discorso milanese dal balcone di Palazzo Marino. Lì, atteso al varco dai fascisti, aveva deluso alquanto la folla in camicia nera rifiutandosi di avallare l’assalto degli squadristi al potere. Aveva insistito sulla necessità di percorrere la strada della pacificazione nazionale, e perciò si era adoperato per favorire un incontro tra Nitti e Mussolini. Il rendez-vous si sarebbe dovuto tenere il 15 agosto, e tanto bastò a far ritenere che l’incidente del Vittoriale

 

 

fosse il parto di una mente decisa a far fallire quel progetto di riconciliazione. I dubbi circa la natura accidentale del volo dannunziano cominciarono ad affacciarsi da subito. Già il 17 agosto, il giornale "Il Comunista" avanzò l’ipotesi del defenestramento doloso. In realtà, già nei giorni immediatamente successivi ai fatti, l’inchiesta di polizia riuscì soltanto a stabilire la natura colposa dell’azione che determinò la caduta del poeta. Quella sera, infatti, D’Annunzio stava ascoltando Luisa Baccara mentre suonava al pianoforte, nella Sala della Musica, seduto sul parapetto della finestra. Pare che, ad un certo punto, dedicasse le sue attenzioni alla sorella minore della pianista veneziana, Jolanda, detta Jojò, e che questa lo respingesse allontanandolo da sé, senza tuttavia alcun deliberato proposito di farlo precipitare nel vuoto. Questa, in sintesi, la dinamica dei fatti, attorno alla quale fiorirono leggende e interpretazioni romanzesche. Lo scrittore Piero Chiara, nella sua biografia di D’Annunzio, sembra perfino dare credito alla tesi di un volontario depistaggio dei medici, i quali avrebbero deliberatamente ingigantito gli effetti, le conseguenze della caduta. Chiara tira in ballo il medico personale del Vate, il dottor Antonio Duse, accusandolo di non aver mai rivelato « l’effettiva consistenza della lesione, della quale nessuno constatò i segni ». Vittorio Pirlo, nipote di Antonio Duse e custode di memorie dannunziane, respinge con sdegno queste illazioni: «Chiara ha sbagliato di grosso. Dopo l’uscita del suo libro, ha cercato in ogni modo di incontrarmi, forse nel tentativo di rimediare alle sue sciocchezze. Ma io non ho voluto neanche vederlo ».

 

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