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PASTORI D' ABRUZZO

       

 

Abruzzo terra di pecore e pastori, la frase ha una sua ragion d’essere, se si pensa che la pastorizia ha avuto un posto di rilievo in questa terra, sin dall’età del bronzo tra il XVI e il XII sec a.C. 

Con le innovazioni in campo agricolo del popolo piceno (di cui si ricorda il pregevole guerriero di Capestrano) durante il I° millennio a.C., la pastorizia in terra d’Abruzzo ebbe un decremento, fino a che i Sabelli divisi in popolazioni denominate italiche, la praticarono con successo nei luoghi di insediamento, creando brevi spostamenti che avvenivano stagionalmente tra la montagna e la pianura sottostante. Allorquando i Sabelli superarono la divisione in tribù e riuscirono a stabilire rapporti sociali e commerciali con i Dauni, popolo della Puglia, la pastorizia si sviluppò anche in quest’ultima regione e assunse importanza imprenditoriale perché spesso veniva finanziata da ricche famiglie patrizie romane. Il movimento detto transumanza, si realizzò grazie al fatto che dopo aver stipulato l’alleanza con i Dauni, i nostri pastori, durante l’inverno lasciavano i monti innevati per dirigersi verso il verde tavoliere delle Puglie. La transumanza era quindi il lungo viaggio stagionale di uomini e greggi i quali si spostavano a piedi da una regione all’altra attraverso le vie d’erba o tratturi perfettamente regolamentate già dall’epoca romana e le cui regole divennero più severe durante il periodo aragonese. Era un lungo cammino che aveva inizio dai monti dell’Abruzzo, procedeva verso la pianura fino a scendere e costeggiare il mare; la poesia Settembre di Gabriele D’Annunzio ne dà una lirica e preziosa testimonianza. I pastori durante la transumanza si concedevano numerose soste per ristorarsi e le chiesette sparse lungo il cammino dei tratturi fungevano da vere e proprie aree di servizio, capaci di offrire ricovero e ristoro fisico e spirituale, e poi ripartivano alla volta delle aree più ricche di pascolo nelle quali si insediavano per un periodo lungo di tempo, stabilmente e costruivano rifugi in pietra a secco: le pajiare che molto avevano in comune con i trulli pugliesi.


Ancora oggi, sulla Maiella si contano almeno mille pajiare riunite spesso in gruppi e racchiuse in stazzi, anch’essi in pietra a secco, a dare l’idea di alti e robusti fortini. E poi, da lì di nuovo ridiscendevano verso il mare < "I nostri pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare >" (Gabriele D’Annunzio).

 

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